L’Europa si sta preparando alla guerra.
Non è un titolo da tabloid, né uno slogan provocatorio.
È ciò che emerge chiaramente dai documenti ufficiali della Commissione europea,
e dai recenti articoli pubblicati sulla stampa internazionale più autorevole, come il Financial Times.
Bruxelles ha già predisposto una strategia operativa per lo stoccaggio di medicinali, cibo, minerali critici e persino carburante nucleare.
Nel documento si parla apertamente di “rischi crescenti”, di “attacchi ibridi”, di necessità di “rapidissima risposta a eventi critici”.
Ma se queste misure sono così gravi, perché nessun telegiornale italiano le ha portate in prima serata?
Perché non si è aperto un dibattito pubblico tra gli Stati membri, o nei parlamenti nazionali?
E soprattutto: chi ha deciso tutto questo a nome nostro?
Il linguaggio usato a Bruxelles è volutamente tecnico, algido, privo di impatto emotivo.
Si parla di “moduli di riparazione cavi”, “ottimizzazione delle scorte comuni”, “strategie di resilienza strutturale”.
Ma dietro quelle parole c’è un’Europa che si militarizza in silenzio, senza che i suoi cittadini ne siano davvero consapevoli.
Nel giugno scorso, il capo della difesa tedesca, generale Carsten Breuer, ha affermato pubblicamente che la Russia potrebbe attaccare un Paese dell’UE entro i prossimi quattro anni.
Una dichiarazione di una gravità assoluta.
Eppure è scivolata tra le notizie, confusa tra gossip e sport.
Intanto, si moltiplicano le esercitazioni militari congiunte, si accelerano i progetti per un “esercito europeo”, si potenziano le forniture belliche.
Siamo davanti a una svolta epocale, eppure si fa di tutto per non farcene accorgere.
Ma la storia ci insegna una verità scomoda:
quando si preparano le scorte, prima o poi arriva il conflitto.
Questo libro nasce per rompere il silenzio.
E per riportare la voce del popolo là dove è stata esclusa: nel cuore delle decisioni.